«Io non avrei mai fatto il magistrato». Lo ha ammesso Bruno Gambarotta presentando alla libreria Binaria Il cerchio più piccolo di Ennio Tomaselli (ed. Manni, 2026): l’autore già giudice minorile e poi degli adulti, è oggi al suo quinto romanzo, dopo aver svolto per decenni una professione secondo il giornalista e scrittore torinese assai gravosa e responsabilizzante. «Già in Rai, quando dovevo bocciare qualcuno nelle commissioni d’esame, poi mi tormentavo chiedendomi se fossi stato davvero giusto»: Gambarotta riconosce, inoltre, a Tomaselli il merito di saper trasformare la specificità della materia giudiziaria in una narrazione avvincente e serrata, che interroga sul peso delle decisioni e sulle conseguenze che possono avere sulle persone.
Perché il titolo, Il cerchio più piccolo? Cominciamo da lì.
Nel romanzo definisco il cerchio più piccolo come quello in cui si gioca e si decide la partita. Mi serve per rappresentare la complessità del reale, a mò di cerchi concentrici, soprattutto quando si cerca la verità giudiziaria, che non procede mai in linea retta, ma è piuttosto una discesa nelle profondità, come quella di uno speleologo. Nel cerchio più piccolo è racchiusa “l’essenza di tutto”, ma la verità può emergere improvvisamente, con la forza di un’eruzione, e perfino ferire chi la scopre. Nel romanzo convivono quindi due verità: quella dei fatti e quella giudiziaria.
I protagonisti del romanzo sono legati da una storia sentimentale
Tra Marcello e Alessandra si crea un rapporto, ma non è una vera e propria love story: sono molto diversi e, per certi aspetti, entrambi un po’ dissestati; trovano insieme una sorta di equilibrio, seppure molto instabile. Il loro legame nasce quasi per caso e mi consente di inserire situazioni con un tono da commedia, accanto agli aspetti più drammatici della vicenda.
Può capitare che un giudice si ritrovi, tempo dopo, a giudicare una persona che aveva già incontrato da minorenne in un altro processo?
Nel romanzo Marcello si trova proprio in questa situazione: vent’anni prima, aveva partecipato a un processo in cui l’imputato aveva quindici anni. Il caso ritorna inaspettatamente nel presente, complica la ricerca della verità e alla base c’è un’ingiustizia subita allora. Questa parte del romanzo nasce da un’esperienza reale. Durante la mia attività di giudice mi sono occupato del processo in cui un ragazzo era accusato di aver provocato la morte di un bambino gettandolo sotto un treno. L’accusa si rivelò infondata: non c’era stata alcuna spinta né alcun omicidio. Il bambino era stato risucchiato dal treno e il ragazzo fu assolto. Ma non è necessariamente «tutto bene quel che finisce bene»: vicende di questo tipo lasciano ferite che possono durare tutta la vita. Un’accusa così grave, la detenzione, il processo e poi l’assoluzione segnano comunque una persona. Il romanzo esplora il tema di esperienze traumatiche vissute nell’età minorile, che possono continuare a pesare anche da adulti.
Quando ha deciso di darsi alla scrittura?
I giudici sono anche, in un certo senso, scrittori: le motivazioni delle sentenze, soprattutto quelle delle corti d’assise, sono testi ampi e anche ben formulati, Ho cominciato a scrivere romanzi solo dopo essere andato in pensione: fare il magistrato era molto impegnativo e non avrei avuto il tempo. Oltre agli orari di servizio e di reperibilità, ho lavorato spesso su processi enormi, che richiedevano mesi di studio, per il numero degli imputati e la molteplicità delle questioni da affrontare. Ho partecipato, ad esempio, insieme a Raffaele Guariniello e ad altri magistrati del suo pool, a un processo di grande rilievo, molto articolato anche dal punto di vista scientifico. In casi del genere, la stesura della sentenza richiede anche tempi di studio e impone di ricostruire e valutare una quantità enorme di elementi. È stata una palestra per imparare a dare ordine a una materia complessa, che ho poi portato nella scrittura dei romanzi.
Quanto c’è di torinese, di vera torinesità, in questa storia?
Il romanzo è profondamente torinese, non solo perché gran parte della vicenda si svolge nel Palazzo di Giustizia e nei suoi dintorni, ma perché Torino entra nella storia attraverso i luoghi, le stagioni, le strade e le abitudini dei personaggi. Ci sono una Torino autunnale e una Torino primaverile, con i suoi cambiamenti climatici e i suoi luoghi quotidiani. C’è, per esempio, Porta Nuova, da cui Alessandra parte per il mare e da cui, da bambina, partiva per andare in vacanza. Anche il mare raccontato nel romanzo è, in fondo, un «mare dei torinesi»: quello raggiunto in treno dalla città. Torino, quindi, non è semplicemente lo sfondo della vicenda, ma fa parte dell’esperienza e della memoria dei personaggi.
Colpisce lo sguardo profondamente umano sui personaggi: anche di fronte a colpevolezza e crimini, non c’è giudizio, ma la ricerca delle motivazioni e delle difficoltà che ne hanno determinato le scelte.
Cerco di guardare ai personaggi nelle loro sfaccettature, senza ridurli a un solo colore: spesso si sono solo trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Anche questo nasce dalla realtà, che non è mai semplice. I cerchi concentrici del romanzo rappresentano proprio questa stratificazione: possono stringersi fino quasi a soffocare, trasformandosi in sbarre, ma possono anche allargarsi e aprire spazi, connessioni e possibili vie d’uscita. È una sorta di geometria non euclidea, che riflette la possibilità, anche nelle situazioni più difficili, di trovare una strada per ripartire.
Anna SCOTTON
annas@vicini.to.it
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