Nel rock ci sono formazioni che vivono in eterno come i Rolling Stones ed altre che si sciolgono suscitando nella collettività un terremoto emotivo direttamente proporzionale alla loro importanza. Può succedere perché muore l’alchimia con la morte di un componente – vedi il batterista John Bonham dei Led Zeppelin – o per fine naturale come per i Pink Floyd, dopo beghe legali, allontanamenti (Roger Waters) ed esaurimento della vena creativa, o per litigate furiose tra i musicisti come nel caso degli Oasis. Ci sono poi le reunion, tentativi spesso spinti più da ragioni economiche che dal voler dire e dare ancora qualcosa. Per i Gallagher il percorso musicale che si interruppe 16 anni fa a Parigi prima di un concerto è invece ripreso nel 2025 a Glasgow, con forza ed energia nuove e con gli artisti finalmente, maturati. Il film Don’t Look Back in Anger, diretto da Dylan Southern e Will Lovelace, (presentato a Venezia 83 e in questi giorni in sala a Torino) che ripercorre la storia del tour, dal primo giorno di prove alla chiusura, documenta l’evoluzione personale di Liam e Noel nella mistica dei concerti e la presa straordinaria che continuano ad esercitare sui loro ammiratori. Si passa dallo stupore del primo giorno di prove, al quale Liam non si presenta, con Noel che sa che questa sarebbe l’occasione di «Cambiare la narrazione della band», e cerca di infondere fiducia ai compagni, a quello prima del debutto che il fratello ancora diserta, perché “Te ne deve fregare moltissimo, per non fregartene un cazzo”, alla mano di Liam che prende quella di Noel, con imbarazzo, entrando sul palco a Glasgow, al finale, nel quale quel gesto è naturale e fraterno. Le note delle canzoni degli Oasis riesplodono negli stadi con la stessa forza della E Street Band di Bruce Springsteen, grazie alla ritmica potente di un ritrovato Paul “Bonehead”, con un Liam immobile sotto i riflettori, capace di trascinare il pubblico solo con la forza della sua voce ancora intatta. La band è tornata.
L’identità working-class del duo di Manchester non è scomparsa, la si vede nel riconoscersi nei loro testi da parte del pubblico di devoti, nella felicità e nelle lacrime per aver ritrovato gli indimenticati protagonisti del britpop anni Novanta, non solo la loro musica. Liam ammette che, dopo Parigi, se fosse stato un loro fan, agli Oasis avrebbe detto: «Ficcatevi le canzoni su per il culo, brutti coglioni» e invece il fan sono ancora lì a ridere, a piangere, ad abbracciarsi, a cantare, a dire che quando sei giù cadono insieme a te e poi ti aiutano a rialzarti. A rendere ancora una volta Don’t Look Back in Anger l’ inno per la città di Manchester dopo l’attentato del 2017 al concerto di Ariana Grande. Nel clima quasi sacrale della loro “resurrezione”, non poteva mancare nel film li prete che cita i due fratelli parlando di Pietro che chiede a Gesù quante volte si deve perdonare: settanta volte sette. “Tutto è stato perdonato e non è servita nemmeno una parola” spiega Noel e “Oasis saves”, gli Oasis salvano, dichiara Liam al termine del film. Poi i due si allontanano, pacificati, sulle note dolci di What The World Needs Now is love di Burt Bacharah. Il prossimo capitolo della storia lo scriverà il tour annunciato per il 2027. Stay tuned.
Romano Sirotto
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