Sara D’Amario è l’autrice di Appuntamenti al buio e omicidi alla luce del sole, il giallo che racconta le avventure di Cristina Garello, medico di base torinese coinvolta in un’indagine.
Dopo la presentazione del libro, avvenuta a Le Rosine, polo artistico e culturale torinese, l’intervista alla scrittrice svela ulteriori dettagli sul personaggio di Cristina e sull’originale intreccio tra mistero, ironia e situazioni surreali, con Torino al centro della vicenda.
Attrice, scrittrice e artista poliedrica, Sara D’Amario ha sviluppato il proprio percorso tra teatro, cinema, televisione e letteratura. Con questo romanzo si confronta con il genere giallo, dando vita a una protagonista destinata a tornare nelle prossime storie della serie.
La storia nasce da un episodio o un incontro che l’ha ispirata, oppure è frutto della fantasia?
È assolutamente frutto della fantasia. Tutto è nato dall’idea di questa giovane donna, un medico, a cui si sfascia la vita, coinvolta in un caso di omicidio e che si ritrova ad avere una bambina per le mani. Sono partita da questo nucleo. Subito dopo ho capito quale potesse essere l’omicidio.
Nel libro convivono giallo, commedia, romanticismo e surreale. Come è nata questa combinazione di generi?
Mi piaceva l’idea di restituire il sapore della vita di ognuno di noi, in cui si alternano continuamente momenti più cupi a momenti in cui, magari, inaspettatamente, qualcuno riesce a farci ridere. O, al contrario, in un momento in cui siamo sereni, arriva una telefonata che cambia il corso della giornata. Volevo creare questo mix assolutamente reale, in cui ognuno potesse riconoscersi.
Cristina è un medico di base che si improvvisa investigatrice. Perché ha scelto una protagonista così lontana dal detective classico?
Mi divertiva l’idea che fosse una di noi a trovarsi immischiata: non se l’è andata a cercare, sarebbe potuto accadere a chiunque. Poi è ovvio che non tutti avrebbero scelto di buttarsi nell’indagine, nemmeno io per prima, devo essere sincera. Tant’è vero che lo stesso Pistini, il suo complice, dice: «Non lo dico a mia moglie, se no mi fa ricoverare». Quindi sono coscienti di aver fatto una scelta assolutamente illogica.
Cristina cerca di tenere tutto sotto controllo, ma in amore è spesso alle prese con l’imprevedibile. Quanto le interessava raccontare questo contrasto e il fascino delle relazioni irrisolte?
È un po’ il fulcro di tante combinazioni che ruotano intorno al romanzo. Anche chi è rassicurato da questo apparente controllo, fa uno sforzo immane per controllare tutto. L’unica cosa che non possiamo blindare sono le emozioni: qualunque essa sia, non la possiamo domare o controllare. Mi affascina perché è la nostra salvezza, ma anche ciò che ci rende diversi, irraggiungibili e imprevedibili.
Rispetto alle relazioni incompiute, non so se mi affascinano o mi interpellano. Può essercene una che funziona meglio, ma personalmente, non ritengo che ce ne sia mai una compiuta. Il fatto di ritenerle sempre irrisolte, mi tiene allerta, non do nulla per scontato, cosa che ritengo pericolosissima.
La maternità è un tema importante del romanzo. Perché ha scelto di intrecciarla alle vicende personali di Cristina?
Quel momento in cui scatta l’orologio biologico, che esiste di fatto, è di una complessità delicatissima. Per chi lo ha sentito, è una presenza che non può rimanere sconosciuta agli altri. Io desideravo che anche gli uomini scoprissero della sua esistenza, non deve appartenere solo alle donne. È una variabile che complica ulteriormente la vicenda e la vita personale di Cristina, rendendola esilarante. Cerco di proporre l’alternativa che fa soffrire di meno.
Il destino, ovvero io, ha deciso di farle piombare nella vita una neonata. Probabilmente si è buttata nell’indagine anche per questo. Tutto è entrato in risonanza per lei. E poi, inserire la maternità mi ha permesso di trovare delle scene da scrivere, paradossali, che diventano buffe, ma anche di non rendere Cristina troppo performante. Io, se mi dovessi trovare nella sua situazione, mi comporterei così come ho scritto, andando un po’ a vista.
Torino è un personaggio della storia. Che rapporto ha con la città e perché ha scelto di ambientare qui il romanzo?
Torino ha qualcosa di speciale che non ho trovato in nessun’altra città. Tutti la descrivono come una città elegante, austera, severa e misteriosa, ma ha anche l’altro lato, quello meno citato. È inaspettatamente brillante: brilla l’acqua del Po, il verde è verdissimo, il cielo è azzurrissimo. Io sono anche un po’ stufa di vedere solo le cose negative o di evocare solo ciò che non funziona. Adoro vedere il bello, sia nelle persone, che nelle cose.
È vero che è il luogo in cui ho ambientato un omicidio, ma non l’ho dipinta come cupa, piuttosto come una città sfaccettata. Non volevo che diventasse la Torino da cartolina che decantano tutti, solo eleganza e mistero. Torino è anche estremamente viva. Ci sono le messe, i funerali, i grandi parchi, i misfatti, ma ci sono anche le strade dove ci può essere un inseguimento, alla faccia dell’eleganza.
Questo libro inaugura una nuova serie. Cosa possiamo aspettarci nei prossimi romanzi? C’è ancora qualcosa di Cristina che vuole raccontare?
Mi piacerebbe tantissimo e sarei felicissima di scrivere il secondo. In realtà io sto già prendendo appunti. Mi sto frenando dallo scriverlo, ma il delitto ce l’ho già, anche perché parto sempre da lì…e dire che non ho mai ucciso nessuno!
Questa volta, Cristina avrà a che fare con un triplice delitto, parallelamente al povero Sportelli, che se la troverà di nuovo tra i piedi insieme a Pistini. Ci sarà comunque questo doppio filone, questa doppia indagine, per la polizia sarà fastidiosissima.
Ci sono tante cose che Cristina ancora non ci ha mostrato, anche rispetto a questo fantomatico Lorenzo che l’ha abbandonata sull’altare. Se mai ci sarà, nel secondo, sapremo perché Lorenzo l’ha lasciata all’altare.
Silvia Destro
silviad@vicini.to.it
Lascia un commento