“Regola Hemingway: non scoraggiamoci alle prime difficoltà. Neppure alle seconde e alle terze”.

Beppe Severgnini

 

Zustissia, di Francesco Piras

Penalizzato da una distribuzione che appare particolarmente riduttiva, il film Zustissia, uscito il 15 ottobre, è ormai presente in città in una sola sala, con un unico spettacolo pomeridiano. Una presenza così marginale finisce inevitabilmente per penalizzare un’opera che, per qualità artistica e valore dell’impegno civile, meriterebbe ben altra visibilità e un pubblico più ampio. Lo segnaliamo con l’auspicio che anche i nostri lettori vogliano scoprirlo al cinema ed eventualmente in streaming: tratto da una storia vera, ripercorre uno dei più clamorosi errori giudiziari italiani.

Nel 1991, in Sardegna, un triplice omicidio sui monti del sud dell’isola porta all’arresto e alla condanna all’ergastolo di Beniamino Zuncheddu, pastore che trascorrerà 33 anni in carcere prima che venga riconosciuta la sua estraneità ai fatti. La ricostruzione mette in luce le gravi responsabilità di polizia e magistratura: un testimone chiave, condizionato nelle sue dichiarazioni, contribuisce a indirizzare le indagini verso un innocente, mentre il processo si svolge con una superficialità e una fretta sconcertanti. Forse anche per l’urgenza di consegnare alla cronaca e all’opinione pubblica un colpevole, di sbattere rapidamente in prima pagina un «mostro», in un clima sociale allora attraversato dalla paura e dall’allarme suscitati dalle attività criminali dell’Anonima sarda.

Colpisce la resilienza con cui Zuncheddu affronta una condizione disperante: saldo nella consapevolezza della propria innocenza, rifiuta di patteggiare per ottenere riduzioni di pena e chiede soltanto di poter svolgere un lavoro che gli restituisca dignità e dia un senso al tempo sospeso dell’attesa, tra un ricorso e l’altro.

La vicenda, conclusasi con l’assoluzione il 26 gennaio 2024, è raccontata nel libro Io sono innocente, scritto dallo stesso Zuncheddu insieme al suo avvocato Mauro Trogu, protagonista della battaglia per la revisione del processo.

Convincenti la regia di Francesco Piras, direttore della fotografia e regista cagliaritano al primo lungometraggio, e le interpretazioni, entrambe di notevole intensità, di Fabrizio Ferracane, nei panni di Beniamino, e Michele Riondino, che impersona Trogu. Incisiva anche la prova di Geppi Cucciari, che infonde empatia e determinazione alla figura di Irene Testa, attivista radicale e garante dei diritti dei detenuti.

Efficace, infine, la ricostruzione d’ambiente: la Sardegna emerge nella sua complessa identità sociale, dalle atmosfere di terra aspra e suggestiva alle tensioni di un’epoca segnata drammaticamente dalla stagione dei sequestri di persona. In una riflessione che non vuol essere atto d’accusa nei confronti della  giustizia, ma invito alla vigilanza, alla partecipazione civile e alla fiducia negli avvocati che si impegnano nella difesa dei diritti, anche dei più deboli.

Anna Scotton

annas@vicini.to.it

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