Sul versante delle figure maschili, la Mostra del Lido ha offerto una galleria di uomini alle prese con la propria identità, nel rapporto con gli altri e con un’ immagine sociale che si allontana dagli archetipi tradizionali della forza e della sicurezza. Mr. Nelson, Did You Kill People?, di Shinya Tsukamoto (Venezia 83), racconta la storia vera di Allen Nelson, marine afroamericano mandato in Vietnam a soli 18 anni, e il dramma del ritorno alla vita civile dopo la guerra, segnato da un grave disturbo da stress post-traumatico.
Merito del film – seppur con qualche eccesso didascalico – è richiamare l’attenzione su una difficoltà che la società tende a rimuovere o a sottovalutare: per chi è stato chiamato a dare la morte, rientrare alla normalità può essere lungo e doloroso. Un limite, invece, è ricondurre i comportamenti di Allen a nodi familiari irrisolti: una rappresentazione rassicurante, che rischia di mettere in ombra quanto la guerra possa trasformare una persona unicamente passando per l’esposizione alla violenza. Anche la condizione del giovane afroamericano aggiunge elementi di riflessione: l’arruolamento spesso è legato a disuguaglianze sociali e ricerca di un riscatto economico, ma il film evita al tempo stesso di ridurre il soldato nero al ruolo di vittima, mostrando anche la sua capacità di compiere atti esecrabili e di misurarsi, al ritorno, con la responsabilità delle proprie azioni.
Un mix interessante di messa in scena e documentario è Too Much Sugar di Robert Greene (Orizzonti): Ryan Holliger, carpentiere, lottatore e padre di sei figli nel Missouri rurale, interpreta un film su se stesso, sul significato dell’essere genitore e sul modello maschile interiorizzato. Un processo terapeutico attraverso il cinema, nel quale Ryan coinvolge il miglior amico AccRite, in crisi dopo la morte del figlio sedicenne. Il film pone al centro uomini che si specchiano nella propria vulnerabilità e nella dimensione di padri, mettendoli di fronte alle proprie contraddizioni.
Vari decenni dopo Lamerica, Gianni Amelio torna a esplorare il rapporto tra italiani e migranti senza partire da una tesi politica, ma seguendo un personaggio che, suo malgrado, incrociando casualmente un bambino e una donna nordafricani, entra in una realtà che non sa come comprendere né come gestire. In Nessun dolore (Venice Open – Fuori Concorso), l’alterità suscita inizialmente diffidenza e disagio, ma lo sviluppo della vicenda induce nel protagonista un senso di rimorso e di colpa. Un ottimo Alessandro Borghi dà corpo a questo spaesamento: quello di un uomo disorientato e infragilito dall’incapacità di trovare risposte in un mondo che cambia.
Infine, Il grande Giaffa, esordio di Marco Santi (Settimana Internazionale della Critica), propone un’altra declinazione ancora del maschile contemporaneo.
In questo noir urbano, Edoardo Pesce interpreta un uomo che tenta disperatamente di ridefinire la propria immagine di sé, reagendo a una condizione di invisibilità sociale. Anche qui l’identità maschile appare tutt’altro che solida: non è un dato acquisito, ma qualcosa che il protagonista cerca faticosamente di ricostruire per ottenere maggiore considerazione e rilevanza.
Dalla guerra alla paternità, dall’incontro con l’altro al bisogno di riconoscimento, questi film delineano dunque un maschile lontano dagli schemi convenzionali e con la necessità di trovare nuovi modi di affermazione di sè.
Anna Scotton
annas@vicini.to.it
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