Dissacrante, irriverente, Gianni Ippoliti ha maturato nel tempo uno sguardo personale sulla società. Ideatore di programmi innovativi e spesso fuori dagli schemi, ha fatto del sarcasmo e della provocazione strumenti per osservare e raccontare, con intelligenza, il mondo dello spettacolo e i suoi meccanismi. Non a caso, da oltre 25 anni cura una rassegna stampa ironica dei periodici di gossip nella trasmissione Unomattina in famiglia. Anche al Lido di Venezia, tempio del cinema e dei suoi riti, cura da decenni uno spazio che raccoglie critiche e stroncature del pubblico. Una scarpa blu e una bianca, Ippoliti si concede generosamente alla nostra intervista, condita dall’intervento di qualche spettatore accreditato, desideroso di segnalare le difficoltà incontrate quest’anno nell’accesso alle proiezioni. Affollate rush line (code per i posti rimasti liberi) diventano così l’ultima possibilità di conquistare una poltrona, mentre il meccanismo impietoso delle prenotazioni online restituisce, per il film prescelto, l’inesorabile messaggio: «Al momento non disponibile».
Ippoliti, quando ha lanciato l’iniziativa “Ridateci i soldi”?
Risale al 1997 come reazione alle recensioni troppo entusiaste dei film presentati alla Mostra del Cinema. L’idea era restituire il prezzo del biglietto a chi avesse stroncato un film in modo argomentato, o metà del biglietto in caso di critica parziale. L’iniziativa ebbe così tanto successo che venne creato uno spazio dedicato alle stroncature scritte, premiando ogni anno la critica più bella con la Coppa Codacons “Ridateci i soldi”, un’opera in legno realizzata dal maestro scultore Ferdinando Codognotto, consegnata dal Direttore della Mostra.
Allora non c’erano ancora i social. Però la sua parete funziona anche oggi.
Non c’erano i social, tutti scrivevano ancora a mano. Invece è incredibile come, nell’era in cui nessuno scrive più niente, la gente abbia piacere di uscire dalle sale e d’istinto sfogarsi perché ha visto un film che non ritiene meritevole.
Lei è nato per dissacrare. C’è qualcosa della liturgia di Venezia che intende smontare?
Io smonto l’idea che tutti i film siano belli. Non è possibile. Anche se vengono selezionati per questa manifestazione, non può essere così. Il problema è che una rassegna, con i film davvero giusti, dovrebbe durare cinque giorni, ma per l’investimento economico che c’è dietro finisce per durare il doppio. In questo modo si inseriscono inevitabilmente anche film che non sono all’altezza.
E il pubblico che viene qui? Sono più cinefili o amanti del gossip legato all’evento?
No, qui vengono quelli che amano il cinema. Sono tutti cinefili. Gente competente, appassionata, che si dispiace, tra l’altro, quando vede un film brutto.
Invece ricorda il caso di un film bello e poco considerato?
Sì, Train de vie di Radu Mihaileanu (1998), presentato con un’unica proiezione alle tre del pomeriggio. Alla fine del film io gridai: “Ma perché non c’è un film italiano così?”. Da lì furono organizzate cinque proiezioni straordinarie. Non era mai successo. La vicenda arrivò anche sulla prima pagina di Le Monde, che si chiedeva: “Ma chi è questo signor Ippoliti che si è preso a cuore le sorti di un piccolo film così…?”.
Anna Scotton
annas@vicini.to.it
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