“È andata così, hai fatto del tuo meglio, avevi le tue battaglie da combattere.” Con queste parole Bruce Springsteen assolve il padre, l’uomo scrutato, amato, sofferto da bambino, che gli ha trasmesso il seme del male oscuro: la depressione, il nulla del titolo, una gabbia invisibile di angosce senza nome ma che arrivano a pesare come macigni nella mente e sul cuore. Sarebbe stato altrettanto empatico – il Boss – verso il dolore dell’umanità, così coinvolgente, se avesse respirato in famiglia un’aria diversa? Il suo percorso umano e artistico è segnato da una vena di sofferenza latente, nonostante la soddisfazione derivata dalla fama globale, nonostante la devozione entusiasta e quasi idolatrica delle moltitudini affezionate che incontra quando calca gli stadi del mondo.
Tratto dal romanzo biografico “Liberami dal nulla. Bruce Springsteen e Nebraska”, di Warren Zanes, il film rievoca il periodo in cui, reduce dal successo del The River Tour e con già in tasca i pezzi di Born in the Usa, Bruce si rinchiude in una casa fuori città con un registratore a quattro piste per mettere in musica il malessere che lo sta divorando: difficoltà a misurarsi con il successo, rispecchiamento in una figura paterna inadeguata, incapacità di allacciare relazioni sentimentali profonde.
Il protagonista, Jeremy Allen White, si cala totalmente nella parte , assumendo una camminata chiusa e dinoccolata e prestando con impegno la propria voce. Ma i mesi di studio ed esercizio non hanno conferito al suo timbro gli accenti inimitabili caldi e rochi del Boss, che pure ha pubblicamente avallato la sua performance. Accanto a lui, Faye Romano racchiude in sé tutte le donne protagoniste dell’universo poetico springstiniano: generose, vulnerabili, condannate a innamorarsi di uomini “che non mantengono la parola”. L’attore Jeremy Strong riesce a dare verità al personaggio di Jon Landau: critico musicale, produttore e manager, è colui che, nel 1974, dopo il concerto all’ Harvard Square Theatre, espresse la premonizione leggendaria: “Ho visto il futuro del rock’n’roll, e il suo nome è Bruce Springsteen.”
La E-Street Band resta sullo sfondo, ma il regista ha scelto attori che richiamano i tratti fisici dei veri membri del gruppo; convincono un bravo Stephen Graham, il padre (Douglas), intenso e somigliante, così come Gaby Hoffmann nella parte di mamma Adele, affettuosa e vitale. Ai fan più accaniti, infine, non è di certo sfuggita la cura dei dettagli da parte del regista Scott Cooper: dalla mitica Fender Duo-Sonic Dakota ’52, all’iconica camicia blu a quadrettoni, alla lavagna con la track-list dei brani – che Bruce ogni sera riporta e poi la band manda a memoria – al vero locale Stone Pony degli inizi, anche se un po’ più luccicante di quello degli anni ’80.
L’atmosfera del film restituisce con efficacia il carattere dei luoghi e l’epoca in cui è ambientata la vicenda: molte scene sono state girate ad Asbury Park, città d’origine artistica, in una convincente ricostruzione degli anni Ottanta. Se la fotografia contribuisce a evocare un clima di intimità e introspezione, la luce sottolinea gli stati d’animo: fredda e malinconica nei momenti di crisi, avvolgente e dorata durante gli istanti spensierati con Faye. Emerge, dunque, come il lavoro creativo di Bruce nasca spesso da riflessioni solitarie, da un’esigenza intima e personale. La fragilità interiore che lo accompagna da sempre diventa materia viva, si trasforma in note, in racconti di un’umanità frantumata, dolente e insieme forte: grandezza di un musicista che ha saputo trasformare la propria sensibilità in potenza espressiva.
Con: Jeremy Allen White, Jeremy Strong, Stephen Graham, Gaby Hoffmann
Nelle sale torinesi
Voto: 8/10
Anna Scotton
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