Ci sono dei libri difficili da recensire. “I Lazar” di Nelio Biedermann è uno di questi.
Storia di una famiglia nobile ungherese (l’autore si è ispirato alla propria famiglia), che attraversa un significativo scorcio del secolo scorso, della saga famigliare ha molto del fascino senza però averne la profondità storica necessaria.
E qui entra in ballo la sensazionalità del tutto. L’autore ha attualmente 23 anni e si racconta che la prima stesura del libro risalga addirittura ai suoi 15. Quindi quasi inevitabile attribuire all’inesperienza alcuni peccatucci stilistici.
Fatte queste premesse la storia scorre veloce e ti cattura, come avviene spesso nelle saghe in cui i personaggi rappresentano sempre un po’ di noi stessi e nella storia generale si rintraccia parte della propria individuale.
La storia è quella di una famiglia nobile ungherese dall’origine fastosa fino al declino e alla resa dei suoi ultimi rappresentanti, (tra i quali si indovina l’autore), alla normalità della sconfitta.
I personaggi centrali appartengono a tre generazioni: il piccolo Lajos von Lázár, che non assomiglia ai genitori, considerato estraneo soprattutto dal padre e che porterà il segno di questa estraneità come marchio indelebile per tutto il resto della vita. Suo padre Sandor, vittima della sua idea di sé, che non riesce a fare i conti con una realtà in velocissimo e doloroso cambiamento.
Lo zio Imre, figura di elegantissimo nobile che si rifugia nella pazzia pur di non affrontare la realtà e che sopravviverà trascinandosi in un isolamento senza spiragli.
La storia si dipana per oltre mezzo secolo, fino alla fine dell’Impero Asburgico, passa per due guerre mondiali con il loro carico di atrocità, attraversa totalitarismi e rivoluzioni per portarci agli ultimi due rappresentanti della famiglia, ormai in salvo, dopo una fuga attraverso il tempo e gli spazi europei che nel frattempo hanno cambiato completamente aspetto.
Della vecchia arroganza di casta non è rimasto, nei due giovani fratelli in viaggio verso la Svizzera, che il fastidioso ricordo che genitori e nonni hanno in qualche modo impresso nell’educarli, pesantissimo retaggio quasi impossibile da sopportare.
Dei fasti, dei castelli, dei gioielli non è rimasta che una scia che i due sentono quasi come vergognosa e che tenteranno di rimuovere dai loro ricordi abbracciando idee progressiste.
E’ nello svolgersi del racconto che si smaschera la giovinezza di Biedermann: qualche concessione di troppo al modello romantico toglie forza all’inquadramento storico, alcune descrizioni affettate dei personaggi tolgono loro credibilità.
Il romanzo è un caso letterario tradotto in più di venti paesi, complice probabilmente la giovane età dell’autore. E’ piacevole.
Accostarlo ai Buddembrook di Thomas Mann sa di barzelletta.
I Lazar
Nelio Biedermann
Guanda, 2026
Giulia Torri
giuliat@vicini.it
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