Due film mostrano come le esperienze vissute da bambini possano imprimersi profondamente sulla vita degli individui, condizionando scelte e rapporti con gli altri, nell’ impossibilità di sottrarsi al loro stigma.
In Mo Papa, della regista estone Eeva Mägi, Eugen esce dal carcere. Attraverso cenni e rimandi scopriamo il suo passato: abbandonato da bambino in un orfanotrofio, i genitori l’avevano poi riportato a casa, dove nel frattempo era nato un fratello, cresciuto nell’ambiente familiare a lui negato. Eugen vuol punirlo per questa ingiustizia percepita, ma il gesto avrà conseguenze devastanti. Il recupero di un rapporto con il padre si rivela oltremodo complesso: Eugen ne teme il rifiuto e attende un cenno di perdono che sembra non arrivare mai. La sensibilità della regista idea un espediente narrativo originale e toccante: il figlio telefona regolarmente all’uomo, ma solo per leggergli le condizioni meteorologiche e creare cautamente un contatto. Il freddo e la neve che avvolgono il film — i personaggi si muovono per la maggior parte del tempo in esterni — diventano anche la metafora del gelo affettivo, che nega il calore di ogni legame autentico. 
In The Garden of Earthly Delights di Morgan Knibbe, l’undicenne Ginto vive di espedienti nella baraccopoli di Manila, in una condizione di estrema povertà. Per molti bambini come lui, costretti a collaborare con le gang criminali, l’unica via di fuga è lo stordimento procurato dalle droghe, dalla semplice colla alle metanfetamine. La sorella Asia si prostituisce, nutrendo la speranza di poter un giorno partire e costruire all’estero una vita migliore per sé e per Ginto. Nel frattempo, il turista olandese Michael arriva a Manila per incontrare la fidanzata conosciuta online e si addentra in questo degradato “giardino delle delizie terrene”, dove si troverà di fronte a una realtà inattesa e, attraverso di essa, finirà per confrontarsi con se stesso.
Pur realizzati attraverso stili espressivi e contesti diversi, i film sono involontariamente accomunati dal momento di maggiore intensità drammaturgica, l’esplosione dei fuochi di Capodanno. Ma, per entrambi, il momento non prelude a nessun nuovo inizio, dal momento che le ferite inferte nell’infanzia non cessano di sanguinare.
Anna SCOTTON
annas@vicini.to.it
Lascia un commento