“La cultura non è patrimonio di pochi, è un flusso che nutre la comprensione del mondo.”

Umberto Eco

 

Mezzo cucchiaino di olio

Motore Sanità-Seminario sul disagio nutrizionale ed alimentare

I disturbi dell’alimentazione richiedono un’integrazione strutturata tra l’area medica, psichiatrica e psicoterapeutica, assicurando la continuità assistenziale nel passaggio dall’età evolutiva all’età adulta.

Il progetto “Stati Generali dei Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione” nasce per rispondere a un’esigenza prioritaria del Sistema Sanitario piemontese: superare la frammentazione degli interventi e consolidare una rete di cura multidisciplinare. Nell’ambito del progetto si il 21 e 22 settembre scorsi presso l’Hotel NH Collection Santo Stefano Porte Palatine di Torino, organizzato da Motore Sanità, si è svolto un seminario che ha coinvolto attivamente la Regione Piemonte, le Aziende Sanitarie e molte eccellenze scientifiche nazionali.

L’ obiettivo era essenzialmente operativo: rinforzare e definire modelli organizzativi in grado di tradurre le linee guida in percorsi di cura facilmente accessibili per la persona e la sua famiglia.

L’evento si suddivideva in due giornate per affrontare il tema su livelli complementari:

Sessione Istituzionale (Prima giornata): finalizzata a definire la cornice politica e strategica. Momento di confronto tra vertici sanitari, associazioni e rappresentanze territoriali per dare concretezza al programma triennale di sviluppo delle risorse umane.

Sessione Tecnico-operativa (Seconda giornata): dedicata alla formazione professionale specialistica: trasmettere buone pratiche cliniche e modelli di presa in carico agli operatori che lavorano quotidianamente nei servizi.

Centrale, nel programma della prima giornata, la Lectio Magistralis del Prof. Secondo Fassino, Ordinario di Psichiatria f.r. Università di Torino. Responsabile del Centro Pilota Regionale per i Disturbi del Comportamento Alimentare Regionale Università di Torino, ha con il compito di organizzare, insieme al suo staff, tutte le professionalità che afferiscono a questa disciplina.

Spiega il prof. Fassino”Prima degli anni 80, l’anoressia”,, (con cui si riduce drasticamente l’apporto di cibo portando a un grave sottopeso) “non era trattata come malattia. Nel passato si ha notizia che Santa Caterina da Siena fosse affetta da anoressia. E di Santa Teresa d’Avila. Pochi altri casi”.

Malattia che a tutt’oggi rimane per molti aspetti misteriosa. Persone che percepiscono i propri pensieri, emozioni o comportamenti in rapporto all’immagine che hanno di sé.

L’anoressia, come la bulimia, l’assunzione di cibo associata a condotte di eliminazione (come il vomito). è una malattia psicosomatica psichiatrica in cui la morte è più alta che in tutte le altre di competenza psichiatrica. Una “malattia laboratorio” ad alta complessità. E in gran parte legata a traumi infantili: non una tegola sulla testa ma conseguenze e proseguimento di esperienze emotive.

Che coinvolge le famiglie. Devono essere curati anche i genitori. Perché a causa di questi disgraziatissimi pazienti le famiglie soffrono anche di più.

Che coinvolge medici ed operatori. Cosa succede al clinico che passa i 50 minuti in ambulatorio o le 8 ore in clinica con questi (per lo più ragazze adolescenti) pazienti? “Persone che non vogliono essere curate” chiedono aiuto e lo rifiutano, mordono la mano che si tende. Un desiderio di morte così profondo e così invisibile. Si capisce come questo possa contagiare il terapeuta”.

Quindi se i sintomi sono alimentari, il problema non è alimentare.

Qual’ è l’arsenale a disposizione del professionista?

La psicoterapia è efficace. Si scopre che il numero delle relazioni aumenta il numero delle sinapsi, modifica le strutture neuronali. Bisogna parlare coi pazienti, stare con loro.

Nel nostro cervello opera la “memoria implicita”: quello che non viene detto, è più importante di quello che viene detto. L’espressione del viso che mostra rabbia nei confronti della mamma, senza tuttavia ribellarsi. Comunicazione non verbale. Persino le emozioni del terapeuta sembrano avere un effetto positivo. L’empatia, provare gioia o dolore col paziente. Difficile provare empatia con i pazienti affetti da anoressia (più facile con la bulimia), ma se noi “mettiamo il giubbotto antiproiettile, devo proteggermi da questo dolore”, e lo fa il paziente da parte sua, la relazione si spezza.

La terapia multiprofessionale: si tratta di costruire alleanze; quando i medici passano ore a discutere come convincere una paziente renitente ad assumere “mezzo cucchiaino d’olio” e uscire dalla corsia vittoriosi, ce l’abbiamo fatta.

I cinesi, circa lo studio delle relazioni, sono molto avanti nel “brain imaging”: con un sistema di spettroscopia, realizzato con due caschi delle dimensioni di quelli da motociclista, si dimostra che quello che succede nel cervello destro di un paziente è molto simile a quello che succede nel cervello destro del terapeuta. Un rischio, vedere col proprio cervello traumi e sofferenze, richiede centinaia, migliaia di ore di pratica.

Sono utili le residenze, a volte osteggiate, servono ad impedire la cronicizzazione, per evitare il contagio per ragioni emotive.

Cosa succede coi farmaci? Anche la scelta dei farmaci è impresa improba. Bene che ci siano, e la multi disciplinarietà anche a questo serve. Tra questi, l’olanzapina che permette di curare quelle angosce profonde.

Droghe

La self compassion è una regolazione emotiva di effetti positivi che si basano sulla gratificazione di circuiti celebrali correlati. Noi abbiamo nel cervello dei neuroni che producono ossitocina, quella che in sala parto ti iniettano per stimolare le contrazioni dell’utero e“ zac, l’utero butta fuori… l’ospite”, continua Fassino tra il brusio delle signore in sala (un po’troppo semplificato, è il commento).

Vale anche per il medico. Una riparazione dell’angoscia che permette al giubbotto antiproiettile di non entrare in funzione.

Perché una ragazza digiuna, soffre ma si rifiuta di mangiare. Si è scoperto che il digiuno alimenta la dopamina. Una cosa verificabile: dopo 15 giorni di digiuno la dopamina cresce. Una droga contro la disperazione. Difficile il compito di chi chiede al paziente di mollare una struttura difensiva che nella sua testa gli impedisce di morire. Tra tutti i fattori più gravi per il terapeuta c’è la resistenza ai trattamenti. Non si sa cosa fare sapendo di essere osteggiati; sedute inutili, il paziente si chiude nella sua stanza, si isola, non parla.

Se di una cosa non si può parlare, meglio non parlarne, sostenne il filosofo Wittgenstein. Se non si può parlare cosa si fa?

Il Prof Fassino racconta della visita di una mostra a Bra di Francesco Tabusso* pittore che opera fra il il 1946 ed il 2011, e gli chiede il significato di un quadro; un quadro di certo emblematico per uno psichiatra. “Maestro, mi scusi, ma cosa significa quel quadro?” “Perché, lo vuole comprare’” “No no, volevo capire, ma cosa le è venuto in mente?” Il quadro mostra quello che l’autore ha dentro: il disagio esistenziale. Sullo sfondo, distante, il trauma infantile; poi una pseudo cordialità familiare. Il teschio e poi una maschera. La tavola imbandita. Non tutti sanno che l’anoressico ha una fame maledetta ed è su questo che sta lottando. Il resistere aumenta l’autostima. Dà forza. Ragazze che pesano 18 chili a 24 anni e si fa fatica a far loro ingoiare un cucchiaino di olio. E cosa c’è nel quadro, là dietro? I genitori: l’immagine della sofferenza. Dei problemi familiari che vengono risolti tramite la sofferenza della figlia.

Il prof. Fassino chiude con un cenno ai costi del ricovero. Costi alti, solo in parte sostenuto dal Servizio Sanitario. Ma ci sono sovvenzioni private, specie dalle Fondazioni Bancarie. Uno studio della Regione ci dice che ogni euro speso ne fa risparmiare 4.

*Francesco Tabusso 1930-2012

“In ogni tela è contenuta una storia, qualcuna già vissuta, altre ancora raccontare» Luca Beatrice, 2009.

Suggerisco di provare a immaginare quale poteva essere il disagio esistenziale di colui che è diventato un artista affermato.

Gianpaolo Nardi

gianpaolon@vicini.to.it

 

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