“Non vi rassegnate al mondo di oggi dove ancora molte persone muoiono di fame e di miserie e dove predomina la violenza omicida della guerra” 
(mons. Cesare Nosiglia)

Le strade dei panettoni sono infinite

In questo periodo buio, non ci resta che divertirci un po’ con ciò che la realtà ci offre, e se togliamo i numeri pandemici, le stucchevoli manovre politiche, le catastrofi ambientali e le ingiustizie sociali, bisogna davvero avere una dose di ottimismo spaventosa per trovare una sia pur minima ragione di umorismo. Ci ho provato, osservando la quantità e variegazione dei prodotti dolciari natalizi.

Parlo essenzialmente di panettoni e pandoro, anche se attribuirgli ancora queste denominazioni in certi casi è molto azzardato. Sono pochissime le strade non ancora percorse dagli ingegnosi pasticceri. Manca qualche contaminazione con le cime di rape e forse, ma non ne sono sicura, col gorgonzola, e poi i ripieni e gli impasti sono stati provati tutti.

All’iniziale panettone della mia infanzia, si aggiunse il pandoro, che trovò molti adepti tra gli odiatori del candito e dell’uva passa. E ci si poteva mica fermare lì, no? Da allora, anno dopo anno, i due ceppi di partenza sono stati contaminati con tutto ciò che di commestibile si trovava in fondo alle scorte. E così abbiamo il pistacchio, che ha una buona tenuta, lo zabaione della nonna, digeribile verso Carnevale, la glassatura di frutto della passione e le immancabili bacche goji che ancora non si è capito a cosa, ma fanno assai bene.

Personalmente, sono fedele al vecchio galupposo mandorlato piemontese e non mi schiodo di lì, ma ogni tanto sono tentata dalle sfide dell’imponderabile e prima o poi voglio provare il pandoro allo zenzero e toma di lanzo. Si sa mai che mi ci affeziono.

 

Giulia Torri

giuliat@vicini.to.it

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