“Quando la libertà arriva con le mani sporche di sangue è difficile stringerle la mano.”
(Oscar Wilde)

Steve Della Casa al Torino Film Festival  

Steve Della Casa, vent’anni dopo. Docente, critico e regista, classe 1953, torna al timone della rassegna cittadina per  traghettarla oltre i suoi quarant’anni. Figura storica della cinefilia torinese, tra i fondatori del Movie Club di Torino (1974), uno dei più importanti cineclub italiani, Della Casa ha preso parte al Festival Cinema Giovani fin dalla prima edizione del 1982; nel 1997 la manifestazione si è evoluta nel Torino Film Festival, e l’ha diretto dal 1999 al 2002.

Oggi attende il nuovo direttore una sfida avvincente: il rilancio postpandemia (si spera), in seguito a due edizioni targate Francia di Celle, ”eroiche” anche a causa della flessione generale del pubblico dei cinema. La scommessa, quindi, è motivare  gli spettatori a tornare in sala, in un rapporto virtuoso e proficuo anche con le piattaforme streaming. Ipotizzando una svolta del festival pop e accattivante, in cui tra ricerca  e qualità si possa prevedere, ad esempio,  il recupero del  western: un “ritorno al futuro” a cui vanno indirizzati i migliori auguri.

Della Casa, si riparte da lei?

Come nel romanzo di Alexandre Dumas, riprendo “vent’anni dopo”: una bella ricorrenza. Vorrei una manifestazione che celebrasse i 40 anni della vita culturale del festival, che attinga al passato ma lo accompagni verso il futuro. I festival, come le sale, devono interrogarsi per recuperare quel pubblico che  anche per via della pandemia hanno perso; occorre che ripensino la loro proposta, rendendola unica e interessante. Per uscire di casa, affrontare il viaggio, devi pensare che  vivrai un’esperienza speciale: la proiezione da sola non basta più, con le altre modalità di fruizione possibili del film il rapporto con la sala va reinventato.  Sfida non facile, ma affascinante.

Quali cambiamenti ha in mente?

Uno snellimento del programma, non ha senso mostrare 300 titoli, meglio presentarne di meno organizzando più incontri: l’incontro è esclusivo, la proiezione no…bisogna lavorare  in questa direzione. Sono appena stato nominato, occorrerà tempo per costruire un progetto organico.

Rispetto ai contenuti, ha dichiarato di voler “ripartire dal western”.

 Il western è una mia antica passione, l’argomento su cui mi sono laureato e, come dimostra Quentin Tarantino, è un genere che ha qualcosa da dire anche alle giovani generazioni. Vorrei riuscire a lavorare in questa direzione, non da vecchio cinefilo, ma in forme nuove: è una bella prospettiva.

Si continuerà in qualche modo con l’ “ibridazione”(una parte delle proiezioni online)? 

Bisognerà vedere con l’andamento della pandemia, ma ne farei volentieri a meno. I festival del cinema online sono un ossimoro, contro natura. Sono stati eroici a fare il Tff lo stesso negli scorsi due anni, utilizzando questa modalità…Il  festival è incontrare altri, parlare, scambiare idee, non stare da soli davanti al computer.

Quindi potenziare l’evento…

L’unicità non è più la proiezione, un tempo occorreva  fare lunghi viaggi per andare a vedere certi film a festival come quello di Pesaro; ora con un link, o in streaming puoi vedere qualsiasi opera.  Piuttosto per rendere attrattiva quest’ esperienza devi operare in maniera che ci siano degli approfondimenti, degli eventi che la rendano unica: è un po’  come se si dovesse “teatralizzare” il cinema. Penso si possa fare, ma bisogna lavorarci.

Si tratta di recuperare una particolare fascia di pubblico persa, ad esempio i giovani?

Si è perso tutto:  giovani, adulti, anziani. Il pubblico è il 70% in meno nelle sale, pertanto viene toccata ogni fascia di età. Il successo di Spider-Man dimostra  che i ragazzi  quando percepiscono il film come un evento vanno a vederlo al cinema. Quindi non è una questione d’età.

Che ruolo giocano  piattaforme come Netflix, Amazon Prime Video in questa fase?

Sono produttori: i film prima venivano realizzati con i soldi della tv, ora delle piattaforme, non cambia molto, sono circa cinquant’anni che è così. Le piattaforme rispetto alle tv tradizionali investono di più, ma sembra ipoteticamente che siano quelle meno sensibili a ciò che accade in sala:  Netflix di E’ stata la mano di Dio non ha rivelato nemmeno i dati degli incassi. Spero che sia possibile creare un meccanismo per cui i colossi dello streaming siano contenti di mandare al festival  prodotti di qualità, che  possano avere anche un buon esito commerciale.

 Anna SCOTTON

annas@vicini.to.it

 

 

 

 

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