C’è chi crede che tutto gli sia dovuto, ma non è dovuto niente a nessuno.

Le cose si conquistano con dolcezza ed umiltà.
(Madre Teresa di Calcutta)

“Non c’è più tempo”, intervista a Luca Mercalli

Luca Mercalli è il più noto ambientalista italiano. Divulgatore trascinante e instancabile vanta una produzione cospicua di articoli e libri. I suoi incontri al recente Salone del Libro erano tutti sold out, negli stessi giorni la ventina di copie del suo ultimo saggio Non c’è più tempo (ed. Einaudi), presenti nelle biblioteche torinesi, risultavano tutte in prestito.
Autorevole voce critica nei confronti dell’aumento della popolazione, di un’economia basata sulla crescita, delle emissioni climalteranti, oscilla tra speranza nei confronti della generazione di Friday for Future e sconforto per la finora mancata salvaguardia della biosfera minacciata. Macina centinaia di incontri e conferenze all’anno, per lanciare il suo grido d’allarme in difesa del Pianeta, perché “il tempo fugge e la Terra con tutta la sua vita è la nostra unica casa”.

1. I partiti verdi Europei sono passati di recente da piccole percentuali a quote significative, facendo proprie le priorità ambientali. Perché in Italia l’ambientalismo non raccoglie altrettanti consensi?

Per varie ragioni: intanto in Italia abbiamo scarsa alfabetizzazione scientifica, il tema ambientale è trattato in modo naif, superficiale, mentre comprende una complessità di aspetti che vanno dal clima alla tossicologia alla biologia all’ingegneria. Inoltre c’è stato un errore strategico e di comunicazione dei Verdi del passato: non contrastare la vulgata da bar secondo cui gli ecologisti sono quelli che mettono i bastoni tra le ruote allo sviluppo economico. Tra la fine degli anni ‘90 l’inizio del 2000, questi movimenti hanno tentato accordi con i partiti politici tradizionali, per cercare di avere maggiore visibilità: in realtà ne sono diventati vassalli, perdendo ancora di più la loro identità. La tentata identificazione ambientalismo= sinistra, ha reso il tema ancor più divisivo e minoritario, creando un’opposizione pregiudiziale negli altri schieramenti e portando all’impossibilità di un’azione politica.
Io spero che l’ambientalismo europeo più maturo possa far breccia in Italia, portando alla rifondazione di una politica “verde”.

2. Nel suo libro lei avverte che nel 2018 l’Earth Overshoot Day, o giorno del sovrasfruttamento delle risorse naturali, nel mondo è caduto il 1° agosto mentre in Italia in aprile: a cosa è dovuta questa differenza?

Dentro il dato mondiale ci sono i tre miliardi di popolazioni africane, asiatiche, sudamericane con problemi di denutrizione e sottosviluppo, che non erodono le risorse del Pianeta. Se prendessimo in esame solo i paesi sviluppati sarebbe diverso: ad esempio se consideriamo l’Europa, l’Overshoot day cade intorno al 10 maggio. Da noi ci si arriva ancor prima perché l’Italia è un Paese sovraffollato, con una quantità di materie prime ridotte rispetto alle necessità attuali, dato che si conduce uno stile di vita almeno quattro volte al di sopra delle risorse ecologiche interne: per questo erodiamo anzitempo il nostro bonus ambientale.

3. Il riscaldamento globale sta determinando anche il fenomeno dei “migranti climatici”, ossia gli individui che fuggono dai propri paesi a causa di disastri ambientali (siccità, inondazioni, cicloni tropicali..). Perché non se ne parla?

Se ne parla, io ne parlo, ma non abbastanza. Da una parte l’informazione è autocensurata, dall’altra il tema raccoglie scarso interesse, in rete gli articoli sull’ambiente sono i meno cliccati.

4. In “Non c’è più tempo” lei fa una virtuale chiamata alle nuove generazioni a ricreare sui temi ambientali quello che era stato il ’68 sulle questioni sociali. Con “Friday for Future” possiamo affermare che è iniziato il “18” (cioè il nuovo ’68)? Ha contatti con i rappresentanti del movimento?

Il ‘18 che auspicavo è avvenuto nel ‘19. La ragazza svedese che ha iniziato a scioperare per il clima ha scatenato una reazione che poteva avvenire anche vent’anni prima, ma con Internet i suoi video e i suoi appelli si sono diffusi più velocemente e tra le nuove generazioni qualcosa si è mosso. Ora vediamo se questi giovani saranno capaci di reggere sul lungo periodo: ad esempio se ci sarà un incremento di partecipanti allo sciopero del 24 maggio rispetto al 15 marzo, vuol dire che sono stati in grado di tenere alta la tensione e l’interesse sul tema.
Bisognerà, però, anche vedere in che modo questi giovani sapranno assumere comportamenti coerenti con i valori nei quali dichiarano di credere. Non basta scendere in piazza, occorre compiere scelte personali verso un’ autolimitazione dei consumi. I problemi dell’ambiente non dipendono solo dalle decisioni politiche di Trump o dell’Unione europea: ciascuno dovrà avere un’ auto piccola, limitare i viaggi, soprattutto aerei, seguire una dieta poco carnivora, limitare i consumi e riciclare il più possibile. Prospettando rinunce e sacrifici personali io vedo sordità o resistenze anche perché – a ben vedere – la generazione di Friday for Future è abituata ad avere tutto. Comunque io ho rapporti con alcuni dei loro esponenti e – sulla base dei segnali che ricevo – sono cautamente ottimista.

5. Come si possono conciliare i provvedimenti che lei suggerisce con le esigenze della gente comune e dello sviluppo economico?

Le persone dovrebbero rinunciare a molto del superfluo che c’è nelle loro vite; inoltre occorrerebbe un ripensamento totale del sistema economico: capitalismo ed economia neoliberista sono la causa del sovraconsumo delle risorse del pianeta e quindi sono il maggiore ostacolo al cambiamento
Occorre pensare a modelli alternativi, non basati solo su crescita, interesse, soldi, iperfinanza. Sono gli economisti stessi, è l‘Accademia a dover fare un’autocritica profonda, elaborando proposte di sviluppo innovative. Questo sistema creato 200 anni fa, con un pianeta abitato da 1 miliardo di persone, non funziona più, oggi, con 7 miliardi e mezzo di persone, con un’economia che produce scorie tossiche e conseguenze rovinose per la Terra nei milioni di anni a venire. A riscaldare il Pianeta, come osservo nel mio libro, sono proprio gli economisti “i veri sacerdoti del mondo contemporaneo, quotidiani officianti della religione della crescita infinita”.

6. Perché è stata chiusa la sua trasmissione “Scala Mercalli”?

E’ stata chiusa perché i temi trattati erano “scomodi”, nonostante l’audience fosse buona: era seguita da 1 milione e centomila spettatori, su Rai 3 il sabato sera.

7. Le scelte individuali da compiere al fine della “riduzione dell’impatto ambientale” sono chiaramente un’utopia. Pensa anche lei, come Gino Strada che “l’utopia non è un sogno impossibile, è semplicemente un sogno non ancora realizzato”?

Il mio impegno nella divulgazione scientifica rivela che comunque continuo a nutrire speranze in un cambiamento possibile. Ogni giorno che passa è più difficile, il tempo lavora contro: non agire, lasciare che la temperatura del pianeta si innalzi e che migliaia di specie viventi si estinguano è come avere il cancro e non curarsi. Dopo di che non si potrà più tornare indietro. Con la termodinamica non si fanno negoziati, e stiamo tardando troppo ad intervenire. Bisogna farlo subito.

Anna Scotton
annas@vicini.to.it

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