“L’uomo non sa accettare la vita nel suo nocciolo di casualità e di attesa. Paradossalmente vuole tutto e subito, ma arriva tardi o nel momento sbagliato.”
(Dino Buzzati)

Intervista a Simone Schinocca

Nell’ambito del Festival delle Migrazioni intervistiamo Simone Schinocca, regista e fondatore di Tedacà, nell’ambito del Festival delle Migrazioni Torino 2021.

Come è nato il progetto del Festival delle migrazioni?
Il Festival nasce da tre compagnie teatrali: A.C.T.I. Teatri Indipendenti, Alma Teatro e Tedacà. Tutte e tre in modo diverso lavoravano già sul tema delle migrazioni e l’idea è stata quella di mettersi insieme per poter creare un momento più condiviso con la città e che potesse ribaltare in qualche modo la narrazione delle migrazioni. Ci sembrava fondamentale organizzare un evento in cui la narrazione della migrazione avvenisse in un modo completamente diverso rispetto a quello che siamo abituati a sentire dai mass media.

Cosa vuol dire ripartire dopo un anno in cui il festival è stato fermo ma in cui comunque il fenomeno della migrazione è continuato? Qual è il messaggio che vuole portare il Festival quest’anno?
Noi abbiamo trasformato quello che è stato un grande limite in un’opportunità; è vero che l’anno scorso non si è realizzato il Festival, ma abbiamo fatto un percorso lungo un anno di avvicinamento a quella che è l’edizione di quest’anno. Questo percorso c’è stato attraverso la call “Sguardi”, che ci ha permesso di incontrare 70 progetti di giovani che narrano delle migrazioni attraverso un occhio giovane e attraverso diversi linguaggi; questo percorso di monitoraggio e ricognizione ci ha dato l’opportunità di incontrare ben 21 realtà che lavorano sul tema delle migrazioni, spesso con nessun tipo di visibilità. Tutto questo è stato per noi una grandissima opportunità per poter arrivare al Festival di quest’anno ancora più forti e con un programma più ricco.

Qual è il messaggio e anche la responsabilità se vogliamo di un festival del genere ha in questo momento in cui è molto discusso la tematica delle migrazioni, soprattutto in relazione alla crisi umanitaria afghana?
In questo momento il Festival serve in qualche modo a riportare l’attenzione su tutta una serie di fenomeni e situazioni che con la pandemia non sono scomparse e l’Afghanistan ne è la prova. I flussi migratori non si sono fermati, sono cambiate le rotte, si stanno trasformando le modalità. Fino a due o tre anni fa la dimensione della rotta balcanica ad esempio era quasi un fenomeno di cui non si sapeva nulla; oggi invece è uno dei grandi problemi legati alla migrazione al pari dei flussi mediterranei. Tutto quello che sta capitando in Afghanistan svela la nostra fragilità, la fragilità delle politiche italiane ed europee nell’affrontare il tema delle migrazioni; oggi ha ancora più senso forse organizzare un festival delle migrazioni perché c’è bisogno di riportare una giusta attenzione al tema e alle persone.

Durante la conferenza si diceva appunto che la problematicità intorno al fenomeno migratorio non riguarda solo gli sbarchi del Mediterraneo, ma la difficoltà di creare una cittadinanza più inclusiva. Torino è sempre stata una città d’immigrazione eppure si può ancora notare una polarizzazione al suo interno tra quartieri e luoghi multietnici e non. Che cosa serve a questa città in questo momento e in che modo il festival vuole dare una spinta verso l’inclusione?
Il festival vuole entrare proprio in quelli che sono i problemi del nostro territorio e provare a ragionare sia sui limiti che sulle opportunità presenti. Ad esempio si dedicherà un intero incontro al tema del saluzzese dove grazie alle comunità delle persone migranti in qualche modo è stato possibile continuare a sviluppare l’economia legata alla raccolta della frutta. Su questo territorio indubbiamente il fenomeno migratorio ha degli aspetti problematici ma dall’altra parte è riuscito a diventare un’opportunità anche di cambiamento completo. Bisogna senza dubbio provare a entrare nel merito dei problemi che ci sono anche sul nostro territorio e capire quali possono essere i limiti e quali le opportunità.

Come può il teatro e l’arte in generale avvicinare le persone e quindi riuscire in questa impresa?
L’arte è uno strumento di racconto, di incontro e riflessione; può essere uno strumento che aiuta a superare le barriere e coinvolgere persone, comunità, fasce d’età che tendenzialmente potrebbero non avvicinarsi a momenti di incontro più formali. Il tentativo, tramite questo ribaltamento delle narrazioni, è quello di utilizzare altre forme di espressione che possano raccontarci che cos’è la migrazione oggi da altri punti di vista.

In questo festival un tema importante è quello del cibo. Che ruolo ha il cibo nel raccontare il fenomeno migratorio?
Il cibo è indubbiamente uno degli elementi che può unire, che può farci scoprire altri mondi, è la fragilità del nostro tempo; il nostro sistema di approvvigionamento di cibi si basa principalmente sullo sfruttamento di migliaia di persone. Per questo il cibo è grande contraddizione: se noi possiamo permetterci di mangiare frutta e verdura di qualunque stagione e provenienza a costi bassissimi, è proprio perché su quel poco che paghiamo c’è tantissimo sfruttamento di lavoro, di vita, di diritti. Il cibo è una delle rotte su cui bisogna provare a indagare, bisogna usare il cibo come strumento di incontro e provare a capire cosa c’è dietro al cibo che arriva sulle nostre tavole.

Avete parlato di agorà, che cosa significa per voi questo approccio?
L’agorà è una delle novità di quest’anno; l’idea alla base è quella di un grande cerchio in cui le diverse realtà ed esperienze si possono incontrare, concentrare e confrontarsi sul tema della migrazione. Un po’ tutto il Festival è un’agorà ma ci saranno dei momenti specifici che valorizzeranno tutte le realtà che sono state incontrate durante la ricognizione.

 

Chiara

chiaral@vicini.to.it

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