“Oramai siamo carne e telefonino: la memoria non è più nella testa, ma nello smartphone”.

(Vittorino Andreoli)

A proposito di “Lettera a un giovane calciatore”: incontro con Darwin Pastorin.

Per Darwin Pastorin il calcio è “un sentimento forte”, nato in Brasile, dove i nonni, “migranti economici”,  si erano trasferiti  nel Minas Gerais che aveva terra buona da coltivare. Dopo quel viaggio in terza classe, storie di ordinaria disperazione e la vita in un grande Paese, nel quale: “non eravamo tutti santi, ma la fame era lo stesso punto di partenza, e in comune quel calcio che diverte e che insegna che il razzismo è la cosa più stupida del mondo”.

Nel 1967 la famiglia torna in Italia e approda a Torino, quartiere Santa Rita, dove Pastorin vive tuttora: qui il ragazzino  scopre che “si poteva giocare in cortile o in piazza, come con il giovane barbiere di Piazza Montanari, il quale metteva le mollette nei pantaloni e si buttava a giocare con noi, non facendoci toccare palla. Poi, per fortuna, arrivava il cliente…”

Oltre che profondamente radicato nel territorio torinese, il giornalista- scrittore è impegnato a sostenere  la memoria di quel football della nostalgia, quello bello e pulito, ai cui principi ispiratori tornare:  come ha fatto nei giorni scorsi raccontando brani del suo  libro LETTERA A UN GIOVANE CALCIATORE (Chiarelettere editore) nel complesso sportivo comunale “G. Ferrini”A.S.D. Nichelino Hesperia, alla porte della nostra città, di fronte a ragazzi  delle società calcistiche, alle loro famiglie,  ad allenatori e tecnici,  “raccolti per un invito a una riflessione sul valore educativo dello sport e su quanto esso possa costituire  una potente opportunità di crescita e di maturazione per ogni bambino e per ogni ragazzo”.

Perchè Pastorin  in realtà voleva fare il centravanti, in questo gioco meraviglioso che possiede anche “il valore di  metafora della vita, di essere un gioco collettivo nel quale anche il meno bravo è utile”. Com’è la riserva, di cui è stato emblema il leggendario  portiere  Massimo Piloni che alla Juve giocò assi poco:  “il certificato medico di Zoff, purtroppo, era una pagina bianca”, in quanto il titolare non si assentava mai; ma il buon Piloni  seppe vivere il proprio ruolo senza sgomitare, con  spirito di squadra e  dignità.

Come non riflettere, a questo proposito, sull’attuale trasformazione del calcio, sulla perdita di quello spirito, anche a causa delle ingerenze delle famiglie dei giovani atleti? ( tanto che  Pulici, dopo aver aperto una squadra calcio, aveva dichiarato: “La squadra ideale e’ fatta da orfani”!) In effetti alla spregiudicatezza e “all’ingordigia” che dominano il mondo del calcio a tutti i livelli, negli ultimi anni si aggiungono le intemperanze dei genitori che seguono  i propri pupilli. Pastorin ricorda quando l’ex giocatore  Giovanni Lodetti gli disse: “Darwin, ho intenzione di aprire una scuola calcio con quattro campi e un cinema”. Io gli domandai il perché di un cinema, lui rispose “Per mandarci i genitori quando i figli giocano”. Secondo me questo ti dà il senso di tutto».

Insomma – e questo è il viatico ai giovani giocatori presenti  – si tratta di non perdere la “bellezza che nasce dall’allegria di giocare per giocare” – non drammatizzando se sbagli un rigore, perché, come nella vita, il calciatore non lo giudichi dall’errore di un attimo, ma “lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia”.

Anna Scotton

annas@vicini.to.it

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