Qualunque cosa sogni d’intraprendere, cominciala. L’audacia ha del genio, del potere, della magia. (Goethe)

 

Vito Ventura: grande escluso o gran flop?

Il direttore artistico del Festival di Sanremo 2020, Amadeus, ha ricevuto forti critiche per la scelta dei partecipanti: tra gli esclusi, anche grandi nomi del panorama musicale italiano (Paolo Vallesi, Marcella Bella, Bianca Atzei, Irama, Shade, Michele Bravi e Stash dei The Kolors).

Ha fatto discutere anche l’annuncio, durante la puntata del 6 gennaio 2020 dei Soliti ignoti, del ritorno in gara di Rita Pavone e Tosca.

Shade, nome d’arte di Vito Ventura, vede così sfumare l’opportunità di rappresentare la scena pop rap torinese, sommerso da una serie di più o meno esordienti, alcuni davvero discutibili (soprattutto Elettra Lamborghini).

Eppure il talento non gli manca e, anzi, per un rapper con la faccia da bambino del cioccolato Kinder (per usare parole sue), è veramente necessario. Shade non è più un outsider, un rapper col viso pulito che deve sgomitare per dimostrare di saper incastrare le rime: è una popstar (perché di questo si tratta, aldilà del mito della strada) con svariati dischi di platino alla parete, cascate di visualizzazioni e video ricchi e curati. Membro di spicco della scena torinese del freestyle (insieme a personaggi come Ensi e Fred De Palma) in epoche ormai lontane, Shade ha il merito di aver osato (e di continuare a osare) un rap fantasioso e ironico, caratteristica questa perlopiù sconosciuta nel panorama italiano: una dizione ottima e una grande fantasia nei giochi di parole gli hanno permesso una gavetta tutto sommato neanche troppo tormentata.

Vittoria per due volte consecutive alla selezione piemontese della manifestazione Tecniche Perfette, vittoria nella prima tappa dello Zelig Urban Talent e vittoria (in finale contro Marracash) nel programma televisivo MTV SPIT: una serie di successi che preludono al primo album in studio, Mirabilansia (2015), sotto contratto con l’etichetta discografica Warner Music Italy ma da subito reso disponibile per il download gratuito (da segnalare l’ottimo lavoro sulle basi a cura dei Two Fingerz). Poi il secondo album, Clownstrofobia (2016), e la partecipazione al Summer Festival con il brano Bene ma non benissimo (disco di platino nell’ottobre dello stesso anno e doppio disco di platino nel gennaio 2018), in grado di raggiungere in pochi mesi 22 milioni di visualizzazioni su Youtube (il che ormai è un innegabile e insindacabile metro di giudizio per il repertorio pop contemporaneo). Seguono una serie inarrestabile di successi e riconoscimenti: il singolo Irraggiungibile, in duetto con Federica Carta, diventa triplo disco di platino nel novembre 2017; esce il singolo On Demand, frutto di una collaborazione (artisticamente parlando veramente poco rilevante) con Benji & Fede; esce il singolo Amore a prima insta, che anticipa il terzo album Truman (2018); il brano Senza farlo apposta, cantato nuovamente in coppia con Federica Carta, viene ammesso al 69º Festival di Sanremo.

Forse il rap (e non solo quello di Shade) è diventato davvero parte del nostro patrimonio culturale (esattamente come accadde col rock di cinquant’anni fa), al punto tale da fare il suo ingresso nel mondo dei jingle pubblicitari, della satira e dell’uso comune in generale: ma non è ancora chiaro se questo sia un fattore positivo o se si tratti della lampante testimonianza di una clamorosa involuzione culturale. Impossibile confrontare i testi delle icone pop rap italiane con quelli del grande cantautorato cui ci hanno abituato questi cinquant’anni di meraviglie e talvolta anche l’apparato armonico/melodico lascia veramente a desiderare. Dire che il rap è morto, però, è ancora più problematico: in che misura il pop rap è considerabile rap? Qual è la sua influenza nell’attuale spettro culturale italiano? Con che criteri analitici ci si deve rapportare ad un brano rap? In che fasi si svolge l’atto compositivo di un brano rap e attraverso quali passaggi psicologici questo viene percepito? Un’analisi un po’ più approfondita di questo repertorio aiuterebbe: e perché limitarne l’ascolto a Sanremo? Immondizie musicali… o ancora non sappiamo cogliere la portata di questa rivoluzione?

Matteo Gentile

matteog@vicini.to.it

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