“Quando la libertà arriva con le mani sporche di sangue è difficile stringerle la mano.”
(Oscar Wilde)

“Il fantasma”

Racconto secondo classificato al Concorso letterario Vicini 2021

“Era una notte incantevole, una di quelle notti che ci sono solo se si è giovani, gentile lettore. Il cielo era stellato, sfavillante, tanto che, dopo averlo contemplato, ci si chiedeva involontariamente se sotto un cielo così potessero vivere uomini irascibili ed irosi”.

Davanti a una notte come quella tornavano vive e vicine le corse a perdifiato sulle stradine rumorose di grilli e di echi, lo scalpiccio dei sandali sull’asfalto ancora caldo, la pelle odorosa di sale e creme solari, le voci che da grida diventavano sussurri, quando tenersi per mano senza farsi vedere sigillava una promessa segreta e vergognosa.

Era un piacere crudele guardare il cielo dei ricordi con gli occhi dell’adulto: costringeva a dover distogliere lo sguardo per tornare a una quotidianità rumorosa, invadente, quasi di cattivo gusto, nella quale i pensieri e le percezioni dell’adulto avevano dismesso il profumo di finocchietto selvatico per indossare quello di una triste conformità.

Appoggiata a quel muretto, tornando a guardare in alto, ricordò d’un tratto alcune parole del Nonno: diceva che non sono le cose a cambiare, è invece il nostro sguardo sulle cose che cambia, e a conferma di questa massima portava ai nipoti tutt’orecchi un esempio inconfutabile, una lezione di disincanto e scetticismo esemplari.

Quando era solo un ragazzo, la strada che lo portava dai campi a casa sua costeggiava il cimitero e per molti anni lungo quella strada trovò una donna seduta ad aspettarlo: lunghi capelli neri raccolti in una crocchia sapiente, un ventaglio e un abito elegante da dama d’altri tempi. All’avvicinarsi del Nonno ragazzo, la figura si alzava e spariva.

Il Nonno adulto fece molta strada prima di mettere radici, vide guerre e luoghi lontani, conobbe donne che amò e lo amarono, ma la sua mente andava spesso alla “Signora Spagnola” che lo aspettava lungo la stradina del cimitero, così decise di tornare lì da uomo fatto e finito per incontrarla di nuovo.

Questa storia la metteva a disagio anche dopo anni dalla prima volta che l’aveva sentita. Distolse il viso dalla notte stellata e si guardò attorno: il viavai serale si era quasi interrotto, il vocio dei passanti aveva preso il tono di chi ha allontanato il pensiero della propria giornata di lavoro e non ha più niente per cui arrabbiarsi; gli isolati avventori sospiravano solo per l’evidente sollievo di camminare sotto un cielo inaspettatamente incantevole. Decise che valeva la pena di sedersi sul muretto e respirare quel flusso di pensieri: quei momenti la riappacificavano con un mondo che durante le ore di luce andava troppo veloce per i suoi desideri.

Il Nonno adulto si incamminò per la stradina che conosceva a menadito, grato alla vita che aveva risparmiato questo angolo della città dalla distruzione del tempo e delle bombe. Il sentiero era deserto, rallentò il passo per dare il tempo alla Signora di arrivare, palesarsi, mostrarsi, apparire… Ma niente, restavano il crepuscolo e le rondini urlanti, che sembravano canzonarlo con la loro allegria.

Una furia esplosiva si impadronì di lui: “Dove sei? Dove seeeiii? Adesso non ho paura, adesso ho molte domande da farti e tu non ci sei! …”
Tornò molte volte a imprecare lungo il sentiero, ma sempre senza alcun risultato.

“Ecco, ragazzi: io vedevo il fantasma perché ero giovane e impaurito, era un prodotto della mia fantasia, ma non esisteva. Da adulto non l’ho più visto perché il mio sguardo era cambiato, la mia coscienza delle cose era cambiata.”

I piccoli annuivano turbati, ancora con la testa fissa sulla sfida coraggiosa al fantasma; il Nonno sorrideva certo dell’effetto ottenuto. A distanza di anni sarebbe stato proprio quel sorriso ironico un po’ di traverso a popolare i ricordi dei suoi nipoti nei momenti di maggiore malinconia, nei momenti di sfiducia e di riscatto, insieme alle sue storie di gioventù e vagabondaggio.

Lo sguardo le si era appannato e le stelle lontane divennero ancora più remote dietro il velo di lacrime. Si scrollò e si guardò di nuovo intorno, ritrovandosi quasi sola nella lenta notte estiva: si faceva tardi ed era tempo di rientrare a casa, verso tutto ciò che richiedeva la sua presenza, verso i suoi doveri, verso ciò che andava fatto.

Dalle finestre spalancate arrivava il rumore dei piatti sparecchiati e riposti, delle tv accese; qualche cane portava a passeggio il proprio padrone e qua e là un temerario insetto notturno osava un canto solitario tra i ciuffi d’erba coraggiosi della città.

Chiuse lentamente il portone alle sue spalle, senza fare rumore. Dall’altro lato della strada, una donna avvolta dal cono di luce di un lampione si alzò dalla sua sedia di legno e paglia, raccolse le gonne eleganti e si sistemò il fiore rosso nei capelli neri, svanendo nel buio lucido dei vicoli della città.

Laura ESPOSITO

 

 

 

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