“Quando la libertà arriva con le mani sporche di sangue è difficile stringerle la mano.”
(Oscar Wilde)

“Rosso inatteso”

Racconto terzo classificato al Concorso letterario Vicini 2021

Era una notte incantevole, una di quelle notti che ci sono solo se si è giovani, gentile lettore. Il cielo era stellato, sfavillante, tanto che, dopo averlo contemplato, ci si chiedeva involontariamente se sotto un cielo così potessero vivere uomini irascibili ed irosi.

«Mi sono sempre piaciuti i sedili di quest’auto, sono stati uno dei motivi per cui ho rottamato la vecchia carcassa e ho scelto lo stile americano. E’ del ’78 sai? Modello eccezionale, Bolero Red anche se tu la immaginavi azzurra, te lo ricordi Anna? Certo che lo ricordi e ricordi anche quanta soda hai messo dentro il mio Down Under quel tardo pomeriggio, un cocktail così schifoso non l’avevo mai bevuto. Hai sempre detto di avermi lasciato il tuo numero solo per assicurarti che la sera fossi ancora vivo “Non ti fare viaggi amico” dicevi, “Non te l’ho lasciato perchè mi avessi colpita ma per assicurarmi che tu quella sera fossi ancora vivo”. Poi scoppiavi a ridere, ridevi con quella tua risata disarmante che riuscivo a far tacere solo cominciando a baciare le tue labbra a bocca aperta tenendoti stretta per la tua coda di cavallo. Sei sempre stata una stronza, una bellissima stronza bionda per la quale avrei dato tutto il mio mondo».

Tac! Voltò lo sguardo, lo stantuffo dell’accendisigari risalì di scatto, lo rimosse dalla presa e portandoselo alla bocca incenerì la punta della suo toscanello giallo.

«Senti che musica fantastica passano stasera bimba», allungò la mano ed alzò il volume. Raccontava a mezza voce e proseguiva diritto, un’ambulanza si avvicinava nella corsia opposta a sirene spiegate e dopo di lei nessun’altro all’orizzonte.

«E’ sempre stata una piccola cittadina la nostra, fatta di giardini caldi ed aperti con proprietari gelidi ed introversi. Solo Andrea non lo era. Lui era gentile, bizzarro ma rispettoso, con una casa color mattone e una veranda con le tende a righe. Quando comprò la villetta accanto alla nostra ci chiedemmo se fosse vero che dopo il Professor Ala, l’egocentrico tracotante Professor Ala, fosse arrivato un regista pieno di nastri, luci e buone intenzioni. Non avrei dovuto crederci».

Mentre parlava pensava e mentre pensava non si accorgeva del semaforo che diventò rosso: frenò, anzi inchiodò all’ultimo tanto che l’Arbre Magique si mise a roteare attorcigliandosi sul proprio elastico e creando un’ondata di zucchero vanigliato che per un attimo sembrò di essere al luna park.

«Mi distrai piccola, come sempre. Anche se te ne lamentavi di continuo ti è sempre piaciuto il mio esserti dipendente, ad occhi innamorati e ciechi. All’inizio sbriciolavi i miei problemi risolvendoli con la facilità del tirare il filo di un nodo lasso e dopo l’avvento di Andrea hai finito per creare le mie peggiori paure tendendo un laccio stretto attorno alla mia abitudine servile. “E’ il momento del rosso” mi hai detto un giovedì mattina, per dipingere quelle tue labbra che erano sempre state semplici e morbide. Semplici come le nostre cene che si nutrivano di ciò che ci bastava, del nostro solo starci accanto, cene che un giorno diventarono insapori ed indifferenti. E morbide come le nostre mani, le tue con un filo di vernice trasparente a lucidarne le unghie e le mie con l’anello vichingo a testa d’aquila che si incastrava nella tua frangia. Stava sul dito che quel giorno ti pulì il labbro dal rosso di quella sbavatura che non dipendeva da me».

L’auto lasciò d’improvviso l’asfalto e cominciò ad avanzare barcollando su un terreno disconnesso e pietroso mentre le luci dei fari posteriori si persero nel buio del tramonto ormai spento. Percorse qualche chilometro in un silenzio di parole, fischiettando una litania a ninnananna senza cadenza. Improvvisamente frenò e l’auto si fermò a fianco di un cumulo di terra fresca e scura da poco smossa all’ombra di quel piccolo albero di Giuda che aveva perso il suo rosa e attendeva la primavera.

Scese dall’auto lasciando aperta la porta e avvicinandosi al baule pulì la croce dorata, afferrò l’alettone e spinse il bottone per aprire il portellone. La luce rossa dei fari posteriori entrò a fessura nel vano e fu in quell’istante che i loro occhi si incrociarono: laggiù quei due, impietriti ed increduli, lassù gli altri due irrequieti ed imperturbabili.

«Vediamo se ho indovinato Andrea: guidando questa tua porcheria di auto, mi avresti detto esattamente queste parole, a patto non avessi avuto quel fastidioso nastro sulla bocca ovviamente». Anna era immobile, lo guardava contorcersi legato ed impaurito come un bambino, e se ne godeva ogni istante «Mi avresti dato la colpa di averci trasportati entrambi in quel baratro dal quale non riuscivi più a respirare la tua aria di egoismo ed indifferenza vero? Quanto dolore Andre, il tuo rendermi nessuno, la tua stupida prepotenza che per anni mi ha spaventata come una serva con il suo padrone. Purtroppo questa volta sei arrivato tardi, ma tra poco potrai giudicare se il buco che ti ho preparato è profondo abbastanza da permetterti di ritrovare la tua corona perduta e di non sentirne mai più la mancanza”.

Era una notte incantevole, una di quelle notti che ci sono solo se si è giovani, gentile lettore. Il cielo era stellato, sfavillante, tanto che, dopo averlo contemplato, ci si chiedeva involontariamente se sotto un cielo così potessero vivere uomini irascibili ed irosi: di questo non ne sono sicura, di donne invece ne sono certa.

Alessia FERRARESE

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