“In democrazia non decide la popolazione, ma chi va a votare”
(Milena Gabanelli, giornalista)

Contemporanea Film Festival: Focus Ucraina

Un’intensa testimonianza sul  conflitto in corso al Cinema Ambrosio

Guerra, fame, paura, distruzione, dolore, rifugio. La guerra scoppiata nel cuore dell’Europa  il 24 febbraio ha aperto la 1^ edizione del Contemporanea Film Festival come soggetto del documentario Another Night (24’) realizzato da Daryna Snizhko, in dialogo con la storica Marcella Filippa. La giovane ucraina ha studiato regia per la televisione e il cinema  all’università nazionale di  Karpenko-Kary Kyiv; ora, sfollata a Berlino con la madre, continua a frequentare i corsi di cinematografia alla Konrad Wolf Film University di Babelsberg come studente ospite.

E’ la sera del 23 febbraio: la casa di Daryna è ripresa in un momento di intimità, tra giochi con  gatto e  cane  e affettuosi selfie di famiglia. Il giorno dopo, improvvisamente, irrompe il dramma dell’attacco: la ragazza trova la forza di documentare l’angoscia delle donne, dei bambini, dei vecchi strappati alla quiete domestica e sbalzati nell’orrore: lo sguardo femminile coglie il momento nel quale si sta perdendo tutto.

Daryna, tu sei rifugiata in Germania con tua madre, come molte donne ucraine, la tua casa  è stata distrutta: tuo padre, invece, dov’è?

Mio padre è restato in Ucraina, non combatte anche per la sua età, ma fa volontario al servizio dell’esercito.

Cosa ci dici della tua scelta di documentare la distruzione, la guerra?

Non è stata una scelta cosciente, allo scopo di realizzare un film, ma un gesto istintivo. Avevo la telecamera, ho sentito di dover documentare, avevo la capacità di  farlo e l’ho fatto. Ogni giorno quando  cessava l’ allarme  rientravo a casa, scaricavo tutti i dati e li inviavo agli amici che si trovavano in condizioni di sicurezza, che li utilizzassero in qualsiasi modo.

Quali emozioni hai provato girando?

Mentre riprendevo con il cellulare o la telecamera sentivo il dovere di farlo, speravo che potesse servire in futuro, anche se in realtà non riuscivo nemmeno a pensarlo il futuro, a sapere se sarei riuscita a sopravvivere. Filmare mi faceva sentire  un testimone,  fuori da quella realtà: questo distrarsi in parte salvava psicologicamente dalla tragedia.

Come hai messo a punto il film?

Ho cominciato a fare il montaggio circa due mesi dopo aver girato, dopo essermi sistemata a Berlino. Il montaggio è grezzo, le parti appena “cucite”, anche perché lavorarci troppo poteva distruggermi psicologicamente.  A volte il suono non è omogeneo, così pure i colori…non ci sono effetti artistici intenzionali, il filmato vuole essere solo un documento.

Anna Scotton

annas@vicini.to.it

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