“La pace non è un sogno: può diventare realtà; ma per custodirla bisogna essere capaci di sognare.”
(Nelson Mandela)

Pausa Cafè: una cooperativa sociale per un cibo senza barriere

Quante volte ci siamo chiesti come sono stati prodotti i cibi che consumiamo quotidianamente? E quante di queste volte, per paura della risposta, abbiamo preferito ignorare la nostra legittima curiosità a beneficio di una rassicurante ignoranza? Ci sono volte però che porsi questa domanda può farci conoscere delle realtà che valgono la pena di essere valorizzate. E’ il caso dalla cooperativa sociale Pausa Cafè di Torino, che si occupa della produzione di caffè, prodotti di panetteria e birra seguendo delle filiere completamente sostenibili sia dal punto di vista ambientale che sociale, coinvolgendo nel processo di produzione detenuti ed ex detenuti della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino e delle Case di Reclusione di Alessandria san Michele e di Saluzzo.

Per sapere di più dei progetti proposti dalla cooperativa Pausa Cafè, abbiamo parlato con il suo Responsabile Commerciale, Stefano Reverdito.

 

Come è nata la cooperativa Pausa Cafè e come è strutturata?

Raccoglitrice del Huehuetenango, Guatemala

La cooperativa è nata nel 2004 da Marco Ferrero che tuttora è il presidente. Marco ha lavorato nella cooperazione internazionale e ha vissuto diversi anni in Guatemala dove è entrato in contatto con i produttori di caffè del Huehuetenango, che all’epoca, come tutt’ora, avevano problemi legati alla volatilità del prezzo del caffè sul mercato. Questo comportava, soprattutto all’epoca, che i produttori si trovassero a vendere un caffè di qualità eccellente a prezzi bassissimi, il che li conduceva a due scelte: emigrare cercando di superare, con tutte le difficoltà del caso, il confine con gli Stati Uniti, o trasformare la produzione di caffè in produzione di cocaina, molto più redditizia ma con gravi conseguenze, tra le altre, per l’ambiente. La cultura del caffè infatti, alternata con alberi da frutto mantiene il microclima della montagna; inoltre così facendo si perdeva un prodotto di eccellenza della cultura locale. Ferrero dunque, in collaborazione con Slow Food, strutturò l’idea del Presidio del Cafè del Huehuetenango; questo caffè divenne poi, per volere di Oscar Farinetti, il caffè ufficiale di Eataly quando fu lanciata. Pian piano il caffè del Huehuetenango iniziò ad essere riconosciuto a livello internazionale ed oggi qualunque coffee specialist lo conosce e lo usa. Inoltre è tutt’ora Presidio Slow Food e come cooperativa collaboriamo sempre con Eataly e Coop consorzio nord-ovest, che è anche socio della cooperativa.
Oltre al presidente c’è il vice presidente, Luciano Cambellotti, la rappresentante amministrativa, la responsabile di comunicazione e marketing e il responsabile commerciale che sarei io. Cambellotti è la persona che si occupa del rapporto con le carceri. Già prima aveva una cooperativa che lavorava nelle carceri e quando è stato lanciato il progetto del caffè lui e Ferrero hanno deciso di collaborare per produrre un prodotto eccellente dal punto di vista della qualità ma solidale dal punto di vista della produzione che avviene in carcere e punta alla riabilitazione della vita dei carcerati.

 

Proprio riguardo all’importanza di un percorso rieducativo e riabilitativo ho visto che nel Bilancio Sociale di Pausa Cafè del 2020-2021 veniva citato l’articolo 27 della Costituzione: Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. E’ un principio più che legittimo ma purtroppo non viene sempre rispettato; sicuramente cooperative come Pausa Cafè stanno facendo un ottimo lavoro in questo senso ma non può spettare solo a cooperative private questo compito. Credi, dalla tua esperienza, che il lavoro fatto da cooperative come Pausa Cafè sia debitamente supportato dalle autorità carcerarie e dal percorso che i detenuti percorrono all’interno del carcere?

E’ vero, lo Stato è sicuramente molto lontano. Le carceri sono un problema che difficilmente viene toccato a meno che non avvengano scandali particolari. Un elemento importante è il fatto che ogni carcere è come se fosse un piccolo ecosistema a sé. La sua gestione dipende molto dal direttore o dalla direttrice del carcere; alcune carceri che hanno direttori o direttrici più illuminati, fanno attenzione a questi aspetti e sostengono il lavoro delle cooperative, altre li rendono più difficili. Sicuramente il momento più delicato è quello dell’uscita effettiva in base all’articolo 21 dell’Ordinamento Penitenziario. Ad esempio è più facile che un detenuto scappi o sia recidivo quando il percorso di rieducazione intrapreso è stato breve o se viene inserito all’interno della cooperativa solo quando è uscito dal carcere. Quando invece si riesce ad attivare il percorso parecchio prima, quando è ancora in carcere e ad accompagnarlo per qualche anno insegnandogli il mestiere e seguirlo negli step successivi all’uscita, ecco che la probabilità che sia recidivo o che scappi si abbassa. In ogni caso molti di coloro che hanno intrapreso questo tipo di percorso sono soddisfatti; lo vedo molto sia nella produzione del caffè a Torino sia ad Alessandria nella panetteria: il fatto di essere in grado di produrre qualcosa è importante, dà fiducia.

Nella tua esperienza ti è capitato di seguire delle persone durante l’intero percorso anche dopo aver terminato il progetto con Pausa Cafè? Sai se hanno fatto più o meno difficoltà a rientrare nel tessuto lavorativo e sociale?

Non ho seguito nessun percorso propriamente dall’inizio alla fine perché lavoro con Pausa Cafè solo da due anni che è un arco di tempo troppo breve per questi percorsi. Ad Alessandria però ho potuto seguire da solo dei ragazzi per due anni consecutivi; il secondo anno alcuni di loro sono usciti in base all’articolo 21 mentre un ragazzo dopo un po’ ha concluso del tutto di scontare la pena ed effettivamente l’ho visto togliersi un macigno dal petto: era evidente il sollievo. Sempre questo ragazzo è poi andato a lavorare come pizzaiolo da un altro ragazzo che lavorava anni prima nel carcere e aveva aperto una propria pizzeria ad Alessandria.

Quante persone è in grado di tenere a lavorare con sé Pausa Cafè durante e dopo il progetto?

Tostatura del caffè all’interno della Casa Circondariale Lorusso-Cutugno di Torino

Dal 2012 al 2020 Pausa Cafè aveva un grosso ristorante a Grugliasco e lì riusciva a coinvolgere tanti ragazzi anche attraverso il catering. Poi a causa del covid il ristorante ha dovuto chiudere; ha provato a riaprire ma il costo del mantenimento era troppo alto anche se l’affitto era agevolato perché il locale era stato lasciato in gestione dal Comune di Grugliasco.
E’ rimasta un po’ di attività di catering ma anche quella molto ridotta e in parte il progetto delle coffee bike punta a colmare questa carenza.

Di cosa si tratta?

Si tratta della prima idea di franchising sociale. Di per sé l’idea delle caffetterie mobili non è innovativa ma lo è l’idea di far avviare un business come questo, per cui non servono investimenti onerosi, a detenuti ed ex detenuti o persone in situazione migratoria. Il progetto offre un periodo di formazione tramite una scuola certificata a livello teorico sia su caffetteria che imprenditoria e un percorso di formazione pratica presso Eataly che è all’interno del progetto, come anche la città di Torino. L’idea è quella di mettere a disposizione dei ragazzi successivamente o una coffee bike (bici elettrica con un bancone anteriore) oppure un’ape car. A metà ottobre proveremo un primo mezzo all’interno del Tribunale di Torino.
I ragazzi inoltre sarebbero sempre seguiti dalla cooperativa e avrebbero un paracadute poiché se il business andasse male, la cooperativa riacquisterebbe il mezzo.

Quando proponete questo tipo di percorso, come viene accolto dagli interessati?

Alcuni li vedi entusiasti, altri più diffidenti; dipende molto da persona a persona. Luciano di solito fa dei colloqui per vedere chi può avere più attitudine ad essere coinvolto. Più che altro viene valutata la voglia di riscatto, mentre per la coffee bike c’è anche l’aspetto dell’imprenditorialità da valutare.

C’è un motivo specifico per cui lavorate solo con persone della sezione maschile del carcere? C’è qualche progetto in cantiere che coinvolga la sezione femminile?

La cooperativa voleva lavorare anche nella sezione femminile ma a causa dell’aspetto produttivo sia del caffè che del pane, si sono rivolti alla sezione maschile. Inoltre mischiare maschi e femmine nel gruppo di lavoro non è possibile in carcere, per questo bisognava attuare una scelta.
Attualmente non abbiamo progetti per la sezione femminile anche se una mia collega aveva idea di inserire corsi di yoga o altro. So però che nel carcere di Torino dovrebbe esserci una copisteria attiva nella sezione femminile.

Come mai Pausa Cafè si può definire una cooperativa attenta alla questione ambientale?

Innanzi tutto per l’approccio che ha con la produzione di caffè in Guatemala che è stato un aspetto fondamentale fin dall’inizio. Vengo da studi di scienze gastronomiche e posso dire che cibo e ambiente sono due cose inscindibili: non puoi parlare di cibo e non considerare gli aspetti ambientali.

Ci sono altri progetti sul tavolo per quanto riguarda Pausa Cafè?

L’altro progetto a cui stiamo lavorando è quello sull’Ucraina. Le prime volte ci siamo recati in Ucraina e Polonia per rispondere all’emergenza. Marco lavorava nella cooperazione internazionale ed era già intervenuto con altre cooperative in diversi conflitti. Quando è scoppiato il conflitto in Ucraina ha messo in piedi una rete di cooperative locali con cui siamo andati al confine Polacco per fornire medicinali e portare persone a Torino grazie ad un autobus della GTT fornito dall’Assessore alla Protezione Civile che è stato coinvolto nella missione. Quando i flussi di uscita si sono calmati invece, verso maggio/giugno, abbiamo incominciato a focalizzarci sull’assistenza per gli ospedali e, grazie al contatto con il banco farmaceutico del Sermig che raccoglie medicinali da farmacie del territorio, siamo riusciti a trasportare farmaci molto specifici come quelli per il rigetto degli organi, richiesti dagli ospedali al fronte.
Al momento stiamo portando avanti un altro progetto in Ucraina: a novembre speriamo di poterlo inaugurare!

 

Chiara

chiaral@vicini.to.it

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