“La pace non è un sogno: può diventare realtà; ma per custodirla bisogna essere capaci di sognare.”
(Nelson Mandela)

Due parole con un “ragazzaccio”.

Nonostante il Covid-19, “la cosa più contagiosa al mondo è ancora l’amore”.

Alessandro Bisegna, torinese, 23 anni  è il talentuoso protagonista di Ragazzaccio, il lungometraggio realizzato da Paolo Ruffini,  attore e conduttore televisivo, ma anche sceneggiatore e regista. Dedicato a ”tutti i ragazzi intelligenti che non si applicano” – il film racconta di un adolescente con comportamenti da cyberbullo: in realtà Mattia è fragile e soffre perchè durante il lockdown da Covid-19 s’innamora di una compagna di scuola ma non può frequentarla.

Tra protagonisti noti (Sabrina Impacciatore, Beppe Fiorello, Massimo Ghini), l’esordiente Bisegna nel ruolo di Mattia non sfigura:  abbiamo incontrato il giovane attore  in occasione della presentazione di Ragazzaccio  al  Ponente Film Festival

In quale zona di Torino vivi?

Con i miei genitori vivevo a Mirafiori, e frequentavo l’oratorio Agnelli . Da tre anni  mi sono trasferito a Roma, che offre maggiori opportunità di lavoro e di formazione per il cinema.

Chi è il ragazzaccio?

In ogni “ragazzaccio”, in ogni bullo c’è anche molto altro:  ci sono molte insicurezze, c’è una maschera che  porta ad essere aggressivi.

Come hai vissuto gli anni scolastici? Ti sono stati d’ispirazione per interpretare il sedicenne Mattia?

Io non sono mai stato nè bullo né bullizzato, né ho vissuto l’esperienza della “dad”, della didattica a distanza. Mi sono ispirato alla mia esperienza di  animazione di ragazzi all’ Agnelli e ho fatto un grosso lavoro di studio del personaggio con il regista Paolo Ruffini.

Il film è stato girato durante il lockdown: tu come hai vissuto quel periodo?

Il mio lockdown è stato positivo, pur essendo spaventato e spaesato, come tutti, ho vissuto un momento di riflessione. Mattia, invece, lo vive in modo drammatico perché si innamora di Lucia e non può  guardarla negli occhi, è fisicamente lontana. In quel frangente si è dimostrata l’utilità dei dispositivi elettronici – computer e telefonini – che hanno consentito alle persone di coltivare comunque le relazioni sociali.

Che ruolo hanno  i genitori nei confronti di Mattia?

Il padre è una figura priva di carattere, forse per questo non riesce ad essere una guida efficace per il figlio. C’è da dire che è un infermiere che viene duramente provato dall’emergenza sanitaria. La crisi di coppia rende più distratta la madre rispetto  ai comportamenti del figlio: nella seconda parte, però,  i due si riscattano.

Come hai deciso di diventare attore?

Ho scoperto questa passione in modo abbastanza casuale: una mia amica, seguendo le mie storie su Instagram, mi ha detto che mi trovava portato. Mi sono iscritto  a Torino a una scuola di recitazione, poi mi sono spostato a Roma, che è il centro del mondo dello spettacolo. Adesso sono al terzo anno dell’Accademia: comunque per fare questo mestiere bisogna studiare.

Progetti futuri?

Sto sostenendo diversi provini, tra cui quello per una serie internazionale in inglese.  Voglio aggiungere che non bisogna perdere l’abitudine ad andare al cinema, soprattutto in momenti come questo, di difficoltà per le sale. Mi piace ricordare le parole del regista, Paolo Ruffini: noi siamo abituati al telefono che mostra le storie in verticale, mentre è bellissimo andare al cinema e vedere i film in orizzontale.

Anna SCOTTON

annas@vicini.to.it

 

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